L'amico di famiglia

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Parte il film e faccio subito caso alla splendida colonna sonora, poi scopro che è del solito bravissimo Teho Teardo che ha musicato La ragazza del Lago, altro piccolo capolavoro di compostezza, altro stupore per un film italiano che non innova, non rinnova ma comunque realizza un prodotto decente, recente, che non sfigura di fronte ai cugini francesi o spagnoli. Che di per sé è una specie di miracolo. Comunque il film comincia e subito mi conquista questa sequenza di gesti rallentati, un poco in posa ma va bene, il rischio di citare la Riefenstahl viene abilmente evitato dalla cornice di lenzuola stese ad asciugare, che diventano luogo geografico ed insieme luogo della memoria. L'agropontino è terribile e meraviglioso nella architettura razionalista e nei non luoghi delle città di fondazione, le inquadrature tese tra surrealismo e realismo magico, con una gondola che attraversa un acquapark, così perfetta da far pensare che non sia geniale invenzione cinematografica ma ancor più fantastico assurdo quotidiano. Il cowboy veneto di Bentivoglio conquista con la sua devozione ad un immaginario che non può appartenergli e a cui comunque non riesce a sfuggire, Giacomo Rizzo dà vita ad un eroe negativo credibile, odioso e sconfitto sempre, ben prima del finale, anzi soprattutto perdente quando prevarica, distrugge, sporca, perché a questo pare averlo lombrosaniamente inchiodato la vita. Geremia l'usuraio è ricco, ma ruba al supermercato, cerca sulla spiaggia qualche spicciolo, vive in un tugurio, beve acqua del rubinetto e passa le sere a pulire la madre malata. Geremia l'usuraio è un poveraccio, anche con un milione di euro in banca, perché non desidera. Quando ruba, non è per desiderio verso l'oggetto della ruberia, sia una merendina o un'amplesso, ma per il gesto in sé. Rubare, risparmiare, accumulare. Di per sé. Geremia l'usuraio è malato perché ciò che lo fa felice è il denaro, non quello che il denaro può comprare. Ma il denaro è un simbolo, accumularlo è roba da collezionisti. E questa, per me che nel denaro non riesco a vedere valore fintanto che non è speso, trasformato in qualcosa di reale, è una chiave di lettura potente. Il vero ricco è chi riesce ad ottenere ciò che lo rende felice. Un chilo di pane è la felicità per chi ha fame, perché più di tanto non puoi mangiarne, non puoi riempirti. Il denaro è diverso, non puoi abbuffartene, non può mai essere abbastanza. Uno che si innamora del denaro ha confuso significato e significante, e quindi non sarà mai felice, non si sentirà mai ricco. Laura Chiatti, bella-solo-bella nel film chissà se per bravura o naturale disposizione diventa agente di cambiamento, e nella sua ambizione di vendetta finisce per offrire al suo carnefice la migliore occasione di un nuovo inizio, di una felicità che, liberato dalla madre morente e dalla ricchezza inespressa diventa, per quanto improbabile, quantomeno concepibile.