Lusso

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L'unica ricchezza dell'uomo, è il tempo, riflettevo giorni fa. Ogni altra cosa si può accumulare, il tempo no, lo si spende soltanto, finché si resta senza. Partendo da questo allegrissimo presupposto, cosa c'è di più lussuoso di una giornata inaspettatamente libera, da dedicare a se stessi? Sfogliando le guide della città alla ricerca di un museo inesplorato mi imbatto in uno spazio a me nuovo che mi tenta con l'orario inusitatamente lungo di apertura ed una vaga promessa di solitudine. Io, nella mia ignoranza che scopro ogni giorno più profonda, in questo gioiello incastonato nel centro di Firenze non ero mai stato e quindi chissà, magari in primavera sarà una bolgia impraticabile invasa da turisti e scolaresche, ma a vederlo così, in questo inizio di primavera, con le margheritine che timide si affacciano in mezzo a quello spagliolìo di piante di ogni tipo, a me è sembrata un'oasi di pace e di silenzio, fuori dal tempo e dallo spazio della città, come se la natura vegetale avesse imposto i suoi ritmi all'ambiente che la ospita fino ad influenzare l'ignaro visitatore che, tra una passeggiata e l'altra, si trova a dipanare il filo della giornata tra gli arbusti, dimentico di tutto meno che di sé e di ciò che osserva, odora e tocca. Girovagando fra le piante mi sovvengono pensieri lenti e banali, osservando alcune piante esotiche ad esempio mi viene da pensare che davvero paiono disegnate con un tratto giapponese, orientale, e che invece le piante europee si riconoscono subito per il disegno familiare. Il che è una sciocchezza, dato che, mi rendo conto dopo qualche istante, è evidente il contrario: è l'arte che si ispira alla natura e quindi il tratto dei disegni giapponesi deriva dalla forma delle piante e della natura di quei luoghi. Tornato nel giardino la prima cosa che noto sono i fiori gialli del corniolo che svettano sul cielo azzurro, e di cui mi riprometto di assaggiare i frutti, sempreché sia possibile trovarli da qualche parte. 


Già, perché nel vagare tra le aiuole mi rendo conto ad un tratto di esser capitato in una zona in cui si coltivano le varietà di erbe commestibili della toscana. Un centinaio, forse più. Quasi tutte si possono consumare in insalata, e la cosa sconvolgente è che ne conosco al massimo cinque, ne consumo abitualmente un paio. Allora verrebbe voglia di mettersi a piluccare, imbandire un ciotolino e giù, un pizzico dell'una, uno dell'altra, un filo d'olio bono e via, assaggiarle, scoprirne il gusto ingiustamente obliato, scomparso dalle cucine, dalla memoria, dalla cultura di un mondo ormai abbrutito, addomesticato al gusto delle cinque varietà di insalata che  propone la grande distribuzione. Nella serra degli agrumi scopro persino un limone cedrato fiorentino, bellissimo, bitorzoluto e fiero, di cui ignoravo totalmente l'esistenza e che adesso dovrò in un modo o nell'altro procurarmi, quantomeno per conoscerne il sapore. Nelle serrette migliaia di piante dalle regioni più calde del pianeta, impossibile citarle tutte, ma con l'iPhone riesco a riprendere una pianta dalle foglie meravigliose ed una piantina minuscola dalle foglie ricoperte da una fitta peluria viola, eccole qui. 


Prima di tornare nel mondo con la promessa solenne di ritagliarmi il tempo per tornarci a primavera inoltrata, mi fermo a guardare la meravigliosa corteccia di un'albero che mi ricorda i quadri del mio amico Luca, così maledico me stesso per non essermi ancora rassegnato a comprare una digitale e la Ilford per essere fallita insieme a tutta una idea di fotografia che non esiste più. Tiro di nuovo fuori l'iPhone e ci provo lo stesso.