Zavorre

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In macchina, solo, giro col bagaglio minimo. Allenato dai traslochi, dai cambiamenti, da rivoluzioni che a dispetto del nome non sono un girare su se stessi, getto fuori zavorra, più leggero ad ogni passo. Sgombro gli scatoloni, ritrovo cose che credevo perdute, una spolverata, il tempo di rimirarle un secondo, di dedicar loro un sorriso, poi via. Le cose odiate per prime, quindi le cose inutili, dunque le utili ed infine le amate. Persino i libri, feticcio adorato, penso di sgomberare a breve. Faccio posto, perché il nuovo trovi spazi da riempire. Getto alla fine anche gli oggetti che uno chiama ricordi, che non servono a niente, perché c'è la memoria, che rimodella e reinventa il passato, aggiungendo o sottraendo particolari a seconda del momento, ritrovando da sola attimi, odori e suoni che un simbolo può solo mortificare, imprigionandoli in una forma data. Non rinnego nulla, nella memoria restano gemme preziose, ma le cose finiscono per legarci, richiedono cura e attenzione, ed io ho troppa strada da fare per restare indietro. Quello che ero non è quello che sono, quello che è stato non è quello che è. La memoria è una cosa viva, il ricordo un cadavere. E poi non voglio che qualcuno si trovi all'incomodo di rassettare la casa e smistare ciò che si tiene da ciò che va nel cassonetto, a valutare l'enigma di un fiore essiccato o di un oggetto misterioso. Mi muovo veloce, cercando di staccarmi dalla mia stessa ombra e, col timore di perdermi, spero invece di trovarmi.